Alberto Terrile – Fine Art Photographer

Il termine “fotografia” deriva dal greco φῶς, φωτός, luce e -grafia γραϕία, scrittura, ovvero “scrittura di/con la luce”; Fotografare ( con la F maiuscola per distinguerla dall’uso funzionale, troppo spesso anche disfunzionale, che sperimentiamo quotidianamente ) è una declinazione del linguaggio umano, dove le immagini, attraverso evocazioni, testimonianze, illusioni, allusioni, riescono a comunicare aldilà della rappresentazione, mettendo in relazione il coinvolgimento emotivo, culturale, storico di tutti i soggetti partecipanti: fotografo, soggetto/oggetto fotografato, osservatore.

Alberto Terrile, è fotografo di fama internazionale, docente presso l’Accademia delle belle Arti di Genova. Ci siamo ritrovati in occasione del suo recente intervento al festival IN/DIFFERENZA, che si è svolto tra Settembre e Ottobre 2022, presso le strutture dell’ex-ospedale psichiatrico di Genova. La rassegna, organizzata dall’associazione Quarto Pianeta, era centrata sulle relazioni tra differenza/indifferenza, ovvero sulle difficoltà di creare legami ed interagire con l’Altro, in un mondo tanto più interconnesso, quanto più dominato dalla distanza sociale e dalla solitudine. A fare da filo conduttore al festival è stato il ricordo di Pier Paolo Pasolini, nel centenario della nascita, in un percorso visivo e sonoro intitolato “LA LUNGA STRADA DI PIER PAOLO PASOLINI”

Visto che in questo contesto ha trovato spazio la tua più recente installazione è da questo tema che mi piacerebbe partire. Hai esposto cinque fotografie, proposte in grande formato, che compongono una serie dal titolo LE BOTANISTE. Il lavoro risale a qualche tempo fa, parliamo del 1994, ma risultava ancora inedito, prima di questa mostra. Perché adesso, perché qui? Vuoi raccontarci qualcosa di più di questa tua proposta?

Alcuni mesi fa, proprio all’Ex Ospedale Psichiatrico, ho incontrato Alberto Cerchi, mio vecchio compagno di scuola, che stava attivando col suo gruppo di lavoro, un laboratorio su Pier Paolo Pasolini. Io ero lì con la mia classe di Fotografia Digitale. Entrambi stavamo agendo sotto lo stesso cielo: Spazio 21. Inevitabili gli scambi verbali e la mia curiosità verso quanto stava attivando. L’anno precedente ero stato spettatore del suo lavoro su Dante. A seguito di un esplicito invito da parte sua, ho accettato molto volentieri di misurarmi con la figura di Pier Paolo Pasolini. 

Faccio fotografia da oltre quarant’anni e posso dire di aver sempre realizzato immagini che rispondevano a una mia precisa esigenza espressiva: FOTOGRAFARE SIGNIFICA FAR VIVERE IL PROPRIO PENSIERO E CONDIVIDERLO. 

A questo principio mi sono sempre attenuto e per la mia intransigenza, dal 1985 fino alla metà degli anni novanta, ho visto molte porte di galleristi, critici, editori chiudersi o, addirittura, non aprirsi. Questo atteggiamento mi dispiaceva, ma col tempo è lentamente mutato grazie, alla mia ostinazione nel volere continuare a proporre soltanto temi e forme che fossero per me significativi e non altro. 

Oggi, finalmente, posso mostrare ciò che un tempo veniva ignorato, o snobbato con ostentazione. Sulla mia fotografia sembra si siano finalmente accesi i riflettori, anche in Italia e perfino a Genova. “Le botaniste” è uno dei tanti lavori che dalla loro nascita sono rimasti in un cassetto, perché non trovavano un giusto contesto e la sensibilità di un pubblico maturo a recepirli. Adesso, finalmente, sento che i tempi siano maturi.

Quando insegno, raccomando a tutti i miei studenti, di non abdicare mai al loro sentimento, di perseverare, se intimamente sentono che ciò che stanno facendo è giusto.

“𝗧𝘂 𝘀𝗮𝗿𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗶𝗮𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗺𝗶𝗻𝗰𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗼? 𝗗𝗶 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮, 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗳𝗲𝗱𝗲𝗹𝗲 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮? 𝗥𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗲 𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘁𝘂𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮, 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗹𝗴𝗮 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵è 𝗹𝗮 𝘁𝘂𝗮 𝗳𝗲𝗱𝗲𝗹𝘁à 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗳𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻𝗳𝗶𝗻𝗶𝘁𝗮, 𝗻𝗲 𝘀𝗮𝗿𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗲?”.

Questa domanda era di Mastroianni, in 8 ½ di Fellini: ho sempre pensato che in qualche modo, fossi io a dover rispondere e ho risposto: sì! Ritengo di esserne stato capace. La mia vita l’ho consacrata alla fotografia che considero un mezzo privilegiato per relazionarsi con l’intero creato.

Nella tua vita, quali sono state le scelte più significative?

Nel marzo del 1993 mi trasferii a vivere a Parigi. Fu un’esperienza marcante, dopo il praticantato svolto come assistente fotografo per la moda in un noto studio fotografico milanese. Nell’ambito della fotografia, Genova non offriva la possibilità di confrontarsi con una dimensione di respiro internazionale, ma nemmeno Milano poteva offrirmi quello che cercavo. Allargare la nostra prospettiva ci rende maggiormente consapevoli che il mondo è infinitamente più vasto: dobbiamo spaesarci, per trovare il nostro posto.

Fu proprio nella capitale francese che ebbi modo di mettere a registro le mie istanze creative: a Parigi ho iniziato il lavoro sulla figura dell’Angelo nella contemporaneità, che ancora mi accompagna. Lì inoltre mi fu possibile comporre una rete di relazioni che mi hanno portato a girare per il mondo, a cominciare dalle lunghe estati nel sud della Francia, dove fui spesso ospite della masseria di Angele e Jackie Winsberg, due pittori conosciuti nella città cosmopolita.

Scompigliati dal Mistral, con le bocche profumate di anice, abitavamo una sorta di magico sogno di mezza estate. Vivevamo tutti nella tenuta di Aigues-Vives, dove si incontravano pittori, danzatori e coreografi, molti musicisti e un fotografo.

Si mescolavano le arti come gli idiomi, si parlavano tutte le lingue e comunicavamo prevalentemente in francese e spagnolo.

Nella masseria vi era un continuo andirivieni di ospiti, tra i più diversi. Il luogo era molto accogliente e alcuni si portavano appresso la famiglia. C’erano quindi anche parecchi bambini che divennero ben presto soggetto privilegiato di molte mie fotografie.

Mangiavamo tutti assieme nel patio di Jackie e Angele, ci scambiavamo esperienze e condividevamo progetti, in una dimensione lontana anni luce dall’attuale, così sporca e malata di autoreferenzialità, traghettata da ogni dove, per mezzo di internet.

Ognuno manteneva le sue radici culturali e il suo approccio creativo, per arricchire l’altro e mai per scavalcarlo.

Ero stato soprannominato “il piccolo italiano”. Mi era naturale documentare fotograficamente persone, luoghi, eventi o rispondere al richiamo e duettare, con il mio set d’armoniche e la voce, con tanti musicisti che passavano di là: con importanti jazzisti francesi, col produttore di Charles Aznavour e con il percussionista di Jean Michel Jarre.

Furono veramente estati d’incanto. 

Jackie Winsberg, il pittore che ci ospitava, aveva condiviso una lunga e profonda amicizia con Jean Cocteau. Ho trascorso molte sere ad ascoltare i suoi racconti di bohémienne. Erano tiepide serate d’estate illuminate da mille candele con gli alberi che come un merletto tessevano il cielo. Devo partire da queste conversazioni per spiegare meglio il senso di questo lavoro, “Le Botaniste” , rimasto inedito per oltre ventotto anni.

Il passaggio di Pasolini dalla letteratura al cinema fu a suo tempo uno dei fatti più nuovi e imprevedibili nella cultura italiana del secondo Novecento. Inevitabile per me che lo leggevo e che seguivo i suoi interventi sui giornali, compararlo a quanto era successo in Francia, con Jean Cocteau.

Volontà e Visione sono sempre state le componenti delle mie immagini. Volontà di essere anziché apparire, volontà di dare forma all’essenza delle cose. Lascio molto libero chi si trova davanti al mio obiettivo. Ogni soggetto, ogni oggetto, ogni evento voglio che possa trovare nelle mie fotografie, il suo luogo.

Per le mie rappresentazioni, proprio come per molto cinema di Pasolini, non ho mai privilegiato modelli professionisti, se mai ho preferito sempre attingere a piene mani dalla vita, fissando l’attenzione sulle persone che la popolano.

Anche in quell’occasione andò così. C’era nel nostro gruppo anche un botanico, che seguiva le serre di Jackie. Amavo in particolare quella delle piante carnivore, che per me risuonavano come le atmosfere del bel disco, “Fleur Carnivore” di Carla Bley. Alcuni anni più tardi, ho avuto la fortuna di poter incontrare e ritrarre anche questa straordinaria pianista, compositrice e direttrice d’orchestra.

Tornando al “botanista”, era impossibile non accorgersi della sua passione per un giovinetto che lo aiutava nei lavori delle serre e decisi quindi di realizzare una storia che raccontasse questo slancio non corrisposto.

Ricordo che, impregnato di Cocteau, che ammiravo e di cui subivo il fascino per le storie e la sensibilità, andai con quello spirito a scandagliare quel rapporto, dialettizzandolo con altre mie passioni: il cinema di Pasolini e l’Arte barocca. Con questi tesori culturali in testa ho realizzato la serie fotografica che ho esposto oggi, a Spazio 21, per la prima volta.

Scelsi di chiudere la storia con una personale interpretazione del mito di Narciso, incarnato dal botanista. Narciso, chinandosi su una fonte di acqua limpida, vide riflessa la propria immagine, se ne innamorò perdutamente. Il mito non finisce con la morte, ma con una trasfigurazione.

Alla morte dell’io, troppo vincolato alla dimensione personale, allo sguardo centrato su di sé, alla sua fissità mortifera, subentra e si sostituisce, un occhio nuovo, aperto alla dimensione poetica, sacrale e simbolica della vita.

L’ex-Ospedale di Quarto non è per te un luogo qualsiasi: qui accompagni quasi quotidianamente i tuoi alunni per le esercitazioni pratiche di fotografia, ma soprattutto, fin dal 1988, è stato scenario di molti tuoi lavori, fra cui anche diversi pezzi per il tuo work-in-progress “Nel segno dell’angelo”. Vuoi condividere con noi qualche ricordo o suggestione di questa affascinante struttura?

Ripercorrendo un poco la storia di questo complesso edilizio scopriamo che la costruzione risale al 1892, anno durante il quale fu indetto l’appalto per un grande manicomio. Negli anni ‘30 si compì il definitivo assestamento di Quarto: il 28 ottobre 1933 ebbe luogo l’inaugurazione della nuova struttura con annessi che portarono a duplicare la superficie e la capienza dell’OP./p>

La vita nell’ospedale psichiatrico continuò poi, fino al secondo dopoguerra, secondo i modelli sanitari consolidati, connotandosi sempre più come luogo di emarginazione sociale.

L’ospedale Psichiatrico di Quarto, questa città nella città, non è estraneo alla mia infanzia. Nel 1964/1965, quando ero bambino, spesso chiedevo a mia nonna Elvezia:- …nonna, ti prego, mi porti dai matti!

Il termine “matti” ebbe però vita breve nel mio personale vocabolario. Molte di quelle persone avevano il loro nome, che presto imparavo a conoscere e chiamare: sono stato educato sin da piccolo a rispettare l’altro.

Più grande, scherzavo per dissimulare l’acuta consapevolezza di quelle sofferenze e dicevo che vivevo in una specie di triangolo delle Bermude, tra l’ospedale psichiatrico, il centro per l’infanzia abbandonata (si chiamava IPPAI, oggi è sede del liceo Artistico Paul Klee) e il cottolengo di Don Orione.

Continuai quindi a bazzicare l’Ospedale Psichiatrico e l’atelier di Claudio Costa: nel 1988 volentieri accettai l’invito a collaborare con la compagnia di danza contemporanea Arbalete.

Questo luogo divenne per me una sorta di meraviglioso teatro di posa.

Ben prima degli Angeli che principiai nel 1993/1994, Quarto fu il mio set dove realizzai molte immagini di danza Contemporanea, book per danzatori e attori di teatro e ritratti, fra i quali quelli di Davide Mansueto Raggio, un geniale degente artista e punta di diamante dell’IMFI.

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Con gli Angeli, che furono amati e promossi nel 1995 a Berlino, da Wenders e dalla sua assistente Jolanda Darbyshire e che poi, nel 1998, furono apprezzati in Francia, con una grande mostra e libro-catalogo, realizzata presso il Petit Palais di Avignone, museo d’ Arte medioevale, cominciai a portare con me, in giro per l’Europa, molte immagini realizzate nell’ Ex Manicomio di Quarto.

Hai accennato al tuo lavoro sugli Angeli, un lavoro “aperto”, in continua evoluzione, costituito da una serie di fotografie raffiguranti soggetti che si elevano dal suolo, rimanendo sospesi fra terra e cielo, come in procinto di trascendere verso una dimensione superiore. Immagini di grande intensità e bellezza, che hanno saputo catturare l’attenzione e l’apprezzamento di un vastissimo pubblico, sia a livello nazionale che internazionale.

Puoi raccontarci come ha avuto inizio questo tuo percorso e se ritieni ci potrà mai essere un momento conclusivo, un pezzo che possa dare compiutezza definitiva alla tua opera?

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Nel gennaio dell’anno 1993, la vita, cogliendomi di sorpresa, mi offrì l’opportunità di sperimentare una profonda crisi personale.

Avevo perso tutto nella frazione di un battito di ciglia: gli affetti, la voglia di creare e il lavoro.

Lasciai che la mia casa si coprisse di un manto di polvere, per trasferirmi da un amico.

Il giorno e la notte erano un continuum. Il tempo scorreva lento, ed io sopravvivevo nella penombra di una tapparella abbassata.

Non c’è recinto che possa contenere l’anima umana.

Senza gioia, giocherellavo con la gatta e bevevo forte, scendevo giorno per giorno in un abisso del quale pareva impossibile intravedere il fondo.

La prostrazione non tardò a manifestarsi: reggeva tra le mani la mia volontà come fosse un corpo esangue. Venne per annunciare che l’ispirazione era perduta.

Una notte, una delle tante in cui non riuscivo ad appartenere al sonno né alla veglia, mi parve d’udire una voce che bisbigliava queste parole: – quando l’ispirazione si palesa, devi lasciare ogni cosa e incamminarti sulla via che ti si apre innanzi. Non chiederti il perché, né cosa significa o potrà significare, accetta che sia una forza superiore a te, non contrastarla. Affidati a lei. Sii umile e abbandona quanto conosci, ciò che ti è stato insegnato e quanto hai appreso da solo. Lascia che sia lei a lavorare in te.

Immaginavo l’ispirazione come una fanciulla bellissima. Appare sulla soglia della tua vita, desidera incontrarti e intrattenersi un po’ con te. Per lei, la tua porta dovrà essere sempre aperta e la tavola imbandita. Se imparerai a conoscerla, non verserai lacrime quando la vedrai scomparire perché, così com’è giunta, se ne potrà andare. Ricorda: – quando viene non la si può contenere; quando va, non la si può fermare. Non avere timore, se il tuo cuore è puro e l’anima pulita, lei tornerà da te.

Poco prima del mio trentaduesimo compleanno, nel mese di marzo, decisi di voltare pagina trasferendomi a Parigi dove Larrio Ekson poteva ospitarmi. Presi possesso di una stanza con vista sul retro del Moulin Rouge, in boulevard de Clichy, zona Pigalle, poco sotto Montmartre.

Non conoscevo assolutamente la lingua francese; la mia maestra fu una bimba senegalese di 6 anni che viveva con la sua famiglia nello stesso casamento. Attraverso la forma semplice dei suoi costrutti cominciai ad apprendere la lingua e a comunicare, sebbene, a parte Larrio, Claude Alain Planchon e la coreografa Carolyn Carlson, non conoscessi altre persone nella capitale francese.

Ero partito con pochi soldi che cercavo di gestire come potevo.

Per integrare il fondo, ogni tanto suonavo l’armonica a bocca con un chitarrista di strada conosciuto per caso in rue des Abbesses. Con i pochi franchi raccolti, mangiavo un sandwich e acquistavo vodka al supermercato.

Il bere non aiutava a dimenticare i dolori. L’alcool faceva riemergere figure scomparse tragicamente, amici che si erano consegnati in circostanze diverse alla morte.

L’umore era quello di un giovane come tanti, arrabbiato con la vita e con il mondo, incapace di comprendere che i semi di quel malessere si trovavano interrati nel suo giardino.

Una sera, un forte temporale mi sorprese mentre ero ancora per strada. Trovai riparo in un bar tabacchi in rue Lepic, ordinai una birra e scolo d’acqua presi a scrivere di getto questa frase su un foglio di carta che avevo in una tasca: Le forme simboliche vuote, ricevono l’immaginario delle masse. Preferisco abitare la periferia del sistema, nella quotidiana sospensione tra il Paradiso e l’Inferno di ogni mia giornata.

Già da un po’ di tempo, inconsapevolmente, realizzavo immagini legate alla gravità e alla sospensione, immagini che assunsero nel 1991 l’aspetto di figure sospese in aria.

Quella sera, debitore verso quelle parole scaturite in un momento della vita che consideravo “non felice”, compresi due cose sul concetto di Tempo:

1) Stavo dando una forma al concetto di “rappresentazione dell’invisibile” e questo diveniva possibile attraverso il mezzo fotografico, che ha la specificità di “non poter prescindere dalla realtà”. Non è possibile fotografare ciò che non esiste.

Noi vediamo dei corpi che si sollevano da terra come se si sprigionasse una forza dal basso verso l’alto, le persone sembrano sollevarsi, come se ci fosse una forza contraria alla gravità. E’ come se nell’immagine fotografica si potesse impressionare ciò che non è fotografabile, quel mondo che non appare agli occhi di chi è incarnato nello spazio e nel tempo.

La sospensione di un corpo, non visibile dall’occhio umano, è resa possibile dalla rapidità del tempo fotografico che congela la frazione di secondo in cui un corpo fisico, compiendo un salto, raggiunge un culmine nel quale resta sospeso, prima di ridiscendere verso il suolo assecondando la gravità. Poeticamente, è come se, nell’immagine fotografica, si potesse impressionare ciò che non è fotografabile.

L’Angelo personifica una direzione e un senso, ha la sua origine nella divinità ma la sua traiettoria passa attraverso il mondo umano.

2) Un atteggiamento corrente consiste nel giudicare il tempo mentre lo stiamo vivendo. Come scrissi a un’amica: “sia benedetto ogni giorno, quello bello, così come quello brutto”. Non voglio battezzare un giorno col termine “brutto”, semmai “disarmonico”.

Il giorno che porta quel nome disonorevole, è il tempo che non capisco, il tempo che non accetto e che credo di non potere amare. I miei giorni belli, oggi come ieri, sono gli stessi. Sono giorni in cui non odio, non piango, giorni che non mi imbrattano di malinconia.

I miei giorni belli sono verdi d’erba e non hanno mai gli occhi stanchi.

Iniziò in quel locale, al riparo dalla pioggia, la consapevolezza del viaggio che avevo intrapreso da alcuni anni.

Per questo lavoro che da 29 anni mi accompagna non riesco a ipotizzare nulla, quasi vivesse di vita propria. Non è questa forse la sede per approfondire una questione in cui credo fermamente ma che potrei riassumere così: il fotografo è un mezzo, così come il poeta, il pittore, come ogni artista”.

Se ci si muove stimolati dalle cose esterne, questo è l’istinto dell’essere. Quando ci si muove senza venire stimolati dalle cose esterne, questo è il movimento del cielo. (Lu Tzu, Il segreto del Fiore D’Oro)

Desidero ricordare la persona che più d’altre ha connotato questo lavoro perché la fotografia è relazione con l’Altro.

Ingmar Bergman trovò in Liv Ullmann l’attrice perfetta, rappresentava disse «il mio Stradivari», ossia lo strumento perfetto a cui affidare le proprie sonate in forma di cinema. Con infinita umiltà nei confronti di questi due giganti del XX secolo posso dire di aver affidato a Francesca i miei Angeli.

FOTO DI ALBERTO TERRILE

Nell’ottobre del 1994, il ventisettesimo giorno del mese, Io e Francesca decidemmo di salire a Le Tane per scattare qualche fotografia. Era una giornata tersa e fredda. Il vento aveva soffiato via ogni traccia di foschia, si poteva ammirare l’intera catena montuosa sovrastante. Ero stato lì altre volte per godermi quella splendida vista ma non potevo immaginare cosa stava per accadere. Quel giorno scattai quella che in seguito sarebbe divenuta la mia foto più famosa, l’immagine che mi connota, la copertina di tre miei libri.

Avevo appena iniziato a realizzare il mio work in progress “Nel segno dell’Angelo” 

Feci due soli scatti, uno di fronte e uno di profilo.

Ovviamente sull’Appennino non avevo con me nulla per sviluppare il mio rullo quindi sperimentai una breve attesa e grande fu lo stupore nello scoprire che ciò che avevamo realizzato aveva un magnifico equilibrio.

Nel segno dell’Angelo non fu capito immediatamente ma io pensavo a un autore come un padre che ama le sue creature, le guarda crescere, sa attendere il giusto tempo affinché possano muoversi nel mondo.

Ho saputo attendere continuando a lavorare a quella materia e ho capito che l’Artista in realtà è un mezzo.

La vita è un grande mistero. A volte prende le persone e le dispone una accanto all’altra per un certo tempo, lo fa affinché queste possano camminare assieme per un tratto. Con Francesca c’è stato il giusto tempo, qualcosa che andava ben oltre noi, al di là di un limite stabilito.

Francesca, il 10 Dicembre del 2020, ha lasciato questo pianeta.

I tuoi primi passi professionali sono stati negli anni ottanta, durante i quali hai prestato servizio come assistente in un prestigioso studio fotografico, ai tempi della “Milano da bere”. Poi Il ritorno a Genova, la fotografia in B/N e il premio Nazionale dell’89. Ci racconti un po’ di quel periodo? Una gavetta che ha formato in maniera netta il tuo modo di interpretare la fotografia e al quale sei sempre rimasto fedele, nel bene e nel male.

L’esperienza milanese mi ha fatto capire che “moda e pubblicità non erano compatibili con il mio sentire. Era accaduta una cosa analoga nel corso dei miei studi in Accademia di Belle Arti: volevo divenire pittore, un sogno coltivato dall’infanzia che invece abbandonai in favore della fotografia.

Il colore in fotografia non mi interessava molto ma in quello studio e particolarmente nel decennio degli anni 80 movimento e colore erano in gran voga, penso su tutti a Bill King morto prematuramente di Aids a soli 48 anni.

Le Agenzie, i creativi, le modelle, i riti pubblici e i risvolti privati di quel microcosmo mi fecero capire che non ero nel posto giusto.

Amavo e amo la strada, i set improvvisati, la gente comune. Ricordo un art director a Vogue che guardando frettolosamente il mio portfolio commentò cosi:- Il tuo stile, puntò il dito su un’immagine, è da “ex comunista incazzato”.

In realtà sono da sempre “anarchico”, i due bambini che attraversano la pozza d’acqua come fosse un lago trovo evochino il gioco e la fantasia dei fanciulli anche se l’immagine è stata scattata nella porzione di una città del mondo, che a quel tempo veniva chiamata Berlino est.

FOTO DI ALBERTO TERRILE

Sinceramente per me Milano non era la capitale della moda ma una città ricca di cultura e di grandi personaggi: penso, ad esempio, a Giorgio Gaber col quale lavorai spesso nel periodo 1991/1992 scattando a modo mio: “in bianco e nero”.

FOTO DI ALBERTO TERRILE

Il primo premio italiano come ritrattista vinto nel 1989 mostra da subito la direzione che ho continuato a declinare nel tempo.

Curiosando nel tuo portfolio da ritrattista, troviamo tantissimi artisti e personalità famose: Lou Reed, Giorgio Gaber, Miles Davis, Lawrence Ferlinghetti, Giorgio Armani e molti altri ancora. Qual è, per te, la chiave di un buon ritratto e quale la differenza, se ritieni esista, fra fotografare personalità note e persone comuni? Hai qualche episodio, qualche aneddoto che ci vuoi raccontare? 

Un buon ritratto è la risultante del sapiente equilibrio tra l’interiorità e l’aspetto esteriore del soggetto fotografato.

La mia frase citata all’inizio dell’intervista :- “Amare la fotografia significa avere cura del tempo, il nostro e quello dell’Altro” è da sempre la mia dichiarazione d’intenti. Il personaggio famoso è abituato a essere ritratto quindi spesso attinge al suo repertorio d’espressioni per le quali viene riconosciuto mettendo in scena le sue maschere.

Ritraendo John Turturro, ai più noto per il suo cammeo nelle vesti di Jesus Quintana nel Grande Lebowsky ho avuto modo di trascorrere con lui mezza giornata scattando anche quelle istantanee che lo sorprendono “vivere” senza posare.

FOTO DI ALBERTO TERRILE

Pensa all’oggi, alla popolarità della fotografia, alla mole di selfie, i più bravi hanno la loro trousse di espressioni stereotipe, i loro personali archetipi per garantirsi lo status di esistenza in questo terzo millennio. Ironicamente nel momento di massimo splendore e popolarità del mezzo fotografico assistiamo alla lenta morte del lavoro in fotografia, i primi segnali erano ravvisabili a metà degli anni 90, proprio quando iniziavo a farmi strada.

Mi chiedevi qualche aneddoto accaduto mentre ritraevo. Voglio raccontare cosa accadde con il celebre regista americano Robert Altman:

Nel 1994 ero alla 50ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dove Robert Altman avrebbe vinto il Leone d’ oro con America oggi (Short Cuts ). 

Lo incontrai al lido, avevo visto e amato molti suoi film. Con l’innata timidezza che m’accompagna gli chiesi se aveva qualche minuto per posare per un ritratto in pellicola. 

Mi rispose con gentilezza che aveva un appuntamento ma se avessi avuto la pazienza di attenderlo, dopo, avrebbe posato per me.

Mi sedetti a un tavolino, poco distante dal regista intento a parlare con una donna, credo fosse un agente. 

Nel mentre avevo controllato il mio apparecchio scoprendo di aver ancora un solo scatto dell’ultima pellicola formato 120mm. Quel giorno ero riuscito a ritrarre parecchi personaggi finendo i rulli che mi ero portato dietro.

Era una situazione davvero imbarazzante trovarsi con un unico scatto in macchina. Incautamente non me ne ero reso conto quando interpellai il regista che mi era apparso vestito di bianco in una sorta di “laica trasfigurazione”, l’emozione aveva prevalso su tutto.

Osservavo la scena come stessi assistendo a un film. Questo è da sempre il mio approccio al visibile.

Ad un certo momento il regista, con un calcolato movimento oculare, diresse l’azzurro del suo sguardo dritto in quello della sua interlocutrice che mi dava le spalle.

Il mio dito premette istintivamente il pulsante e l’otturatore scattò. In quel preciso momento m’ero giocato Robert Altman.

Solo al rientro a Genova, dieci giorni dopo ebbi modo sviluppando il negativo di scoprire che non avevo sbagliato la foto e che l’inconscio ottico di cui parlava Benjamin mi aveva regalato per quel fotogramma una meravigliosa sorpresa, una rete di sguardi di due altri personaggi che erano nello sfondo.

Le immagini scattate vengono consegnate all’eternità mentre sia i soggetti che il fotografo sono destinati a consumarsi lentamente e scomparire!

FOTO DI ALBERTO TERRILE

Un altro lavoro importante è quello che hai fatto sulla comunità transgender Genovese, “Ma che occhi grandi che hai”, nel quale, riprendendo lo storico lavoro di Lisetta Carmi, vai ad indagare, a distanza di anni, le evoluzioni delle loro vite e della loro realtà. Puoi raccontarci di più su questo progetto e come si differenzia rispetto al lavoro della fotografa?

Il lavoro di Lisetta Carmi comincia con i travestiti a Genova nel 1965 durante una festa di capodanno, dalle parti di Via del Campo, uno dei primi “ghetti” omosessuali d’Italia.

L’evoluzione con la quale si è giunti all’immagine della trans oggi si basa sui progressi della chirurgia estetica abbinati alla terapia ormonale.

Negli anni sessanta alcune di loro si iniettarono cera da pavimenti per simulare le rotondità dei seni finendo poi avvelenate.

Il mio progetto fotografico iniziato col placet di Don Andrea Gallo si prefiggeva di fare da ponte tra il passato della Carmi e l’oggi colmando una lacuna che era solo saltuariamente punteggiata da articoli che univano la figura di De Andrè ai vicoli popolati anche dalle trans.

FOTO DI ALBERTO TERRILE

In principio c’era la canzone “Bocca di Rosa” che Fabrizio De Andrè scrisse assieme a Gian Piero Reverberi ispirandosi forse a figure di prostitute del tempo, come Marilyn, una transessuale, o a Liliana Tassio nota come Maritza, una prostituta istriana che diventerà una delle protagoniste del romanzo “Un destino ridicolo”, scritto dal cantautore ligure insieme ad Alessandro Gennari.

Molti decenni dopo, in un’infausta giornata di pioggia che precedeva la proiezione del film “Lisetta Carmi, un’anima in cammino” di Daniele Segre, la fotografa incontrò le Trans del Ghetto, era presente anche l’amica Rossella Bianchi che compariva nel libro stampato nel 1972 dall’editore Essedi. Non fu l’incontro che molti si aspettavano, la Carmi guardava spaesata queste donne e non le “riconosceva” come le creature che aveva avvicinato negli anni sessanta, erano cambiate troppe cose. Al calore e all’empatia che tutti si sarebbero auspicati succedette un altro sentimento con la conseguente delusione di ambo le parti. Un mio caro amico, Edoardo Saltarelli aiutò Lisetta a costruire l’ Ashram a Cisternino e le regalò un mio libro sugli Angeli chiedendole, nell’eventualità di una futura pubblicazione del mio lavoro sulla comunità Trans gender, la possibilità di inserire all’inizio 3/ 4 immagini sue per fare capire da dove prendeva origine la mia riflessione fotografica.

La risposta fu perentoria: NO.

“Accade solo ciò che deve accadere”, era questo l’insegnamento cardine di Lisetta. Spesso aggiungeva:- “il messaggio che voglio lasciare è di pensare sempre agli altri, aiutare le persone che hanno bisogno di essere aiutate”.

Non rientravo minimamente nel novero delle persone che avevano bisogno di essere aiutate e, “Accadde solo ciò che doveva accadere”! 

FOTO DI ALBERTO TERRILE

“Amare la fotografia significa avere cura del tempo, il nostro e quello dell’Altro”, questa tua frase è un mantra ricorrente durante i tuoi corsi e mi riporta la memoria alle tue esperienze con le RSA, la comunità di Coronata e alla tua bellissima “Alice”. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questi contesti? Cosa significa operare con persone fragili e come si coniuga estetica e etica?

Sant’Agostino afferma nel “De Vera Religione” che la bellezza di Dio fa belle tutte le cose le quali, confrontate a Dio risultano brutte, evidenziando anche come l’invisibile emerga come ragione del visibile: «richiamati dalle cose che giudichiamo a guardare ciò in base a cui giudichiamo, e volti dalle opere delle arti alla legge delle arti, contempleremo con la mente quella bellezza al cui confronto sono brutte quelle cose che, grazie a essa, sono belle». 

Ci sono persone cadute sulla terra “per precisi motivi, esseri che “portano il Fuoco”, per parafrasare lo scrittore Cormac McCarthy de “La Strada”, Anime che per infiniti istanti riescono a scoprire il velo della quotidianità facendoci scoprire “immagini che portano scritto: più in là” per parafrasare la nota poesia “Maestrale” di Eugenio Montale. 

Da sempre non sosto innanzi alla realtà considerandola solo così com’è, nuda e cruda, non trovo giusto fermarsi a ciò che si vede, dobbiamo indirizzare lo sguardo verso il futuro cercando altro, per andare oltre, come espresso dal poeta nel verso finale “più in là”. 

Ri-velare è scoprire ciò che era velato, fuori vista, segreto: “Rendere visibile l’invisibile”, così scrisse Paul Klee.

Oggi la nostra società promuove più a parole che con i fatti un’attenzione verso alcune realtà e declina secondo i bisogni il concetto di inclusività.

Dobbiamo mostrare la nostra fragilità perché è la parte più vera di noi. È quella parte non contaminata dalla paura, che ci permette di incontrare il nostro “rapimento”, quel “qualcosa in più” che da senso alla nostra vita!

L’orientamento verso questo tipo di fotografia (che pratico da circa ventinove anni) è sorto come reale esigenza espressiva. 

Amo raccontare le storie del mondo e dell’uomo. 

Ho sempre avuto un animo orientato all’etica, credo sia debitore all’ istruzione famigliare ricevuta.

Nel settembre 1993 partii quindi per l’Iraq attraverso un’associazione “Un Ponte per Baghdad” con il ruolo di fotografo della spedizione. 

Si andava a Babilonia per un festival delle Arti, prima di noi, precisamente a Dicembre del 1992 c’era stato Franco Battiato.

Desideravo mostrare attraverso una serie di ritratti che nonostante la guerra, la vita continuava, primeggiando sul dolore, sulla morte, sulla bruttezza e la cattiveria.

Quando rientrai in Italia consegnai le mie stampe a un’agenzia milanese che rappresentava molti fotografi compreso il sottoscritto ma le testate interpellate rifiutarono il servizio perché le immagini che proponevo non sottolineavano minimamente il dolore. Erano ritratti di persone che continuavano la loro vita.

FOTO DI ALBERTO TERRILE

Cominciai così a pormi dei quesiti. Mi resi conto che certa fotografia praticava una vera e propria “pornografia del dolore”.

Chi oggi produce immagine deve prendere atto che in determinate situazioni il fotografo ha una grossa responsabilità. 

Le nostre immagini raggiungono ogni angolo del globo e per questo occorre avere un’etica. 

Se l’estetica gioca un ruolo importante, la necessità prima di una buona fotografia sarà la creazione di una testimonianza che inscritta nel tempo attuale si faccia portatrice di senso, di contenuto. 

L’estetica può andare a braccetto con l’etica.

I disabili della comunità della Coronata dal 2009 al 2011 col progetto “Lo strano concetto di Alice”, la comunità transgender genovese protetta da Don Andrea Gallo con la mostra “Ma che occhi grandi che hai” che mette in pagina un lavoro del 2012 e ancora, il progetto “In -dimenticabili” sull’invecchiamento attivo nelle Rsa tra Liguria e Emilia Romagna sono alcuni lavori che abbinati alla ricerca nella ritrattistica investigano la struttura antropologica dell’uomo.

Vivo anche io nelle strade di tutti, amo quei luoghi impregnati di umanità.

Vorrei che imparassimo a vedere la bellezza anche dove pensiamo che non ci sia, ad apprezzare quello che ci circonda nonostante apparenti bruttezze. Spesso la bellezza è semplicemente rendersi conto di essere fortunati e apprezzare quello che abbiamo. Quando ho fotografato gli anziani nelle case di riposo mi colpì molto la frase di una signora che mi disse: “Nella vita, mi creda, ho fatto tanti tipi di esperienze, ma non avrei mai immaginato di posare come una modella a 102 anni!”. 

È questa “la bellezza” che porto nelle mie lezioni, nelle conferenze come nelle chiacchiere che faccio in strada quando ci si incontra.

Per l’iniziativa fotografica #iltuoritrattoinunlibro, chiedo agli intervistati di portare con sé il proprio libro del cuore. La tua scelta è ricaduta su “In Giardino”, di Herman Hesse. Cosa ti lega a questo testo e a questo autore?

Herman Hesse scrittore sensibilissimo alla natura, osservatore partecipe della vita vegetale, ha trovato nel giardino un luogo prediletto per il riposo, la riflessione, l’ascolto e la scrittura. Attraverso le sue “narrazioni naturali”, ha restituito il senso della sua esperienza concreta che è allo stesso tempo esperienza interiore e spirituale. Il mondo vegetale, con i suoi rapidi cambiamenti, è per lui il simbolo più forte della vita come ineluttabile avvicendamento di stagioni, come ferreo eppure miracoloso meccanismo di crescita e di declino. La nostra vita è meravigliosamente tratteggiata da quella della Natura di cui siamo parte. Ho quindi pensato che potesse essere un libro che mi sarebbe tornato utile in futuro quando sarei stato inevitabilmente più vecchio.

Quel futuro è qui. Adesso.

Una richiesta che faccio sempre ai miei intervistati è quella di portare con sé un oggetto per loro significativo, che li rappresenti. Nella foto, la tua mano trattiene un pezzo di stoffa. Cosa racconta di te questo gesto?

Da piccolo non riuscivo ad addormentarmi se non passavo le mani tra i capelli di mia Madre.

Erano setati, puliti e la sensazione che provavo al tatto era meravigliosa. Non avevo bisogno di mettermi il dito in bocca, dovevo sfregare i capelli e spegnere dolcemente le mie energie nell’impero della seta.

Quando cominciai a dormire nel mio lettino dovetti trovare qualcosa che rimandasse a quella sensazione tattile e la trovai nel bordo di certe coperte.

Mia Madre aveva mille nastri che usava per fasciare regali, legare le amate piante di iris e altro ancora. Quando all’improvviso morì il 23/11/2021 trovai due di questi nel suo cassetto: uno dorato e uno verde.

Quello dorato lo tenni io, l’altro, quello verde, lo legai sulla sua tomba dove sventolò sospinto dal vento per oltre sei mesi. Durante una camminata d’estate sull’ Appennino persi il nastro dorato e dovetti attendere il mio rientro a Genova per correre al cimitero a recuperare quello verde. Sembra una fiaba psicotica ma la scala di valori e di priorità della mia vita è anche in questi gesti che per molti non hanno senso. Ricordo l’ultima carezza fatta ai capelli di mia madre quando il suo corpo era oramai privo di Vita.

Sei docente presso l’Accademia di belle Arti di Genova e per diversi anni hai tenuto anche corsi liberi di fotografia. L’affetto dei tuoi allievi è la lampante dimostrazione di quanto ogni volta tu riesca a svolgere il ruolo d’insegnante con passione e coinvolgimento. Ma da dove nasce questa tua vocazione e come alimenti il tuo entusiasmo? Qual è il consiglio che non manchi mai di trasmettere ai tuoi allievi ?

Mia madre Rosanna Tirone è stata un’insegnante molto amata, aveva una vera e propria vocazione.

Da piccolo, ero geloso nell’ascoltare i racconti di tutte le belle cose che si inventava a lezione per loro.

In modo assolutamente naturale, quindi non preventivato, ho raccolto il testimone materno modellandolo su di me.

Sono sempre stato molto solo, anche in compagnia. Da bambino in certi momenti era come se sparissi, entravo nel mio mondo dove non c’erano ingiustizie, dove il cielo era blu intenso e forte era l’odore delle piante.

La gente era buona e quando accadeva qualcosa di brutto, quando il male si palesava, era una “finzione”, chi moriva si rialzava e ritornava a vivere.

Nel mio mondo di fantasia la resurrezione era una costante.

Mi costruii da subito attraverso i colori e successivamente con la fotografia un mio microcosmo, uno spazio nel quale agire e gestire la mia natura creativa senza condizionamenti da parte di terzi.

Ho una modalità didattica messa a punto in vent’anni d’insegnamento: Il docente scende dalla cattedra, si mette in gioco con la classe in un rapporto di interazione costante dove le lezioni possono arrivare persino a modellarsi sulle esigenze dei singoli per innalzare il grado di inclusività all’interno della classe.

L’intento è offrire maggiore consapevolezza del mezzo fotografico e delle sue potenzialità etiche oltre che espressive.

FOTO DI ALBERTO TERRILE

Se mi guardo indietro mi sembra di essere una sorta di pifferaio di Hamelin che ha portato con sé migliaia di studenti ai quali ha mostrato e raccontato tante cose.

Il consiglio che non manco mai di trasmettere è “Imparate a cogliere lo straordinario nell’ordinario” e lo estendo a tutti perché aiuta a vivere meglio.

Siamo arrivati alla conclusione di questa nostra chiacchierata e la domanda di rito riguarda i tuoi progetti ed iniziative future. Sarebbe bella qualche tua nuova pubblicazione, il materiale non manca di certo…. [n.d.r. Nella foto, Alberto Terrile mostra i suoi libri]

Non sempre i desideri possono avverarsi, per certo…

…vorrei pubblicare due libri uno sulla comunità trans e l’altro sull’invecchiamento attivo e rimettere in pianta stabile la mia camera oscura.

Poi ci sarebbe da terminare un documentario sulla mia attività e riconfigurare ex novo il mio lavoro didattico ma su tutto svetta il compito principe che è quello di stare accanto e far sentire meno solo mio Padre dopo la perdita di mia Madre.

Ringrazio di cuore Alberto la piacevolissima e lunga chiacchierata.

Per chi volesse approfondire il lavoro di Alberto, potete far riferimento ai seguenti link:

www.albertoterrile.it

Alberto Terrile su Wikipedia

Profilo Instagram di Alberto Terrile

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